Il mio smashbook, ovvero: condividersi per non dividersi.

E’ molto tempo che non scrivo più qui. Ma non voglio tediare nessuno sul perchè e il come e il dove e il chi e il quando. Lasciamo perdere, facciamo finta che io sia stata qui giusto ieri a sproloquiare circa dosi di zucchero e di farina. Cosa che, tra l’altro, non farò oggi, perchè oggi voglio farvi vedere come sta procedendo la realizzazione del mio smashbook! Vi avevo accennato qualcosa qui circa questa mia nuova-vecchia passione e con il tempo ho fatto delle pagine che mi soddisfano abbastanza (cosa rara), così mi è venuta voglia di mostrarvi tutto quello che ho creato fino ad ora. Mi piace condividere quello che faccio. E’ un modo come un altro di sentirsi meno soli.

Il mio blog é vivo, nonostante me.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2014 per questo blog.

Ecco un estratto:

La sala concerti del teatro dell’opera di Sydney contiene 2.700 spettatori. Questo blog è stato visitato circa 9.000 volte in 2014. Se fosse un concerto al teatro dell’opera di Sydney, servirebbero circa 3 spettacoli con tutto esaurito per permettere a così tante persone di vederlo.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Ma cos’ho combinato l’anno scorso per Natale?

A Kasa di Katia

Dobbiamo prepararci. Devo prepararmi. Dove sono gli addobbi? Dove ho messo, nel trasloco, le lucine, i babbini, le cose belle cucite dalla mia mamma?! Ce la posso fare. Ma nel frattempo, rispolveriamo le cose cucinate l’anno scorso!

Per una colazione natalizia semplice e deliziosa ci sono i cupcakes al cioccolato con gocce di cioccolato fondente;

un’idea per un dessert fine pasto con il cheesecake semplice al mascarpone e ricotta;

per il piattino da preparare per Babbo Natale che ne dite di ottimi biscottini soffici al cioccolato fondente? Sono perfetti anche da regalare, chiusi in sacchettini personalizzati!

Le stelle fanno sempre Natale, quindi perché non prepararle anche salate? Qui ci sono le stelline di polenta grigliata con provola affumicata, pancetta stufata e fiocchi di sale.

Facciamo le palle di neve alternative?

Un’altra soluzione per un dolce che sa di montagna: lo strudel semplice di mele;

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Di vecchi nuovi hobby e rinnovate passioni

Ho abbandonato temporaneamente i fornelli, ma questo ormai si era capito. Anche se, a dire il vero, io ai fornelli ci sto sempre, è solo che non lo condivido: cucino per la mia famiglia più o meno due volte al giorno, durante la settimana. E nel week end cucino per lavoro. Quindi, in effetti, sto sempre dove una cosiddetta foodblogger dovrebbe stare, solo che non ho il tempo di fotografare quello che preparo, ritoccare le fotografie, catalogarle, scrivere un post ed inserirle in mezzo alle parole. Tutto è più veloce, quando si cucina per altre persone: deve essere pronto ad una certa ora, perchè gli impegni lavorativi pressano la vita, deve essere caldo e non scaldato. Il tempo è relativo a quello degli altri. Quando cucinavo per me sola era tutto più semplice. Perchè poi mangiare una pasta tutta incollata e fredda o un antipasto rinsecchito, non era un problema: l’importante era fotografare, meglio se trenta volte per piatto, tanto poi ero solo io. 
Ma sei il tempo che spendo a cucinare è espressamente dedicato all’alimentazione familiare, ciò non toglie che io ne dedichi anche un bel po’ a me stessa, a quello che mi piace fare, a vecchi hobby e nuove passioni. A volte penso che dovrei darmi una regolata. Concentrarmi su una cosa, magari due e cercare di farla come si deve, piuttosto che balzare da un passatempo all’altro come uno stambecco sulle rocce di montagna. Forse diluisco le mie passioni in tante cose per non rendermi conto del fatto che non ne so fare bene nessuna, forse mi stanco in fretta delle solite cose, forse, semplicemente, ho bisogno di stimoli rinnovati, che esulino dal solito, che mi facciano sentire un movimento in fondo al cuore, qualcosa: a volte gioia, a volte divertimento, altre volte soltanto quiete.
Il mio nuovo passatempo preferito, in questo momento, è quello che viene chiamato “scrapbooking”, anche se a dire il vero ho trovato tante definizioni per quello che ho iniziato a fare e sono arrivata alla conclusione che il mio sia più un livejournal che uno scrapbook. E mentre mi accingevo ad principiare questa opera originale di archiviazione dei ricordi, mi sono resa conto del fatto che in fondo lo facevo già, tanti anni fa. Quando ero una ragazzina e riempivo la mia Smemoranda di adesivi, scontrini, pezzi di giornale, foto dei cantanti che mi piacevano, parole di canzoni, pubblicità, ricordi di amici. Solo che allora non c’era internet e non potevi sapere se qualcuno stava facendo la stessa cosa in qualche parte del mondo e magari aveva anche dato un nome a quella cosa. Così, questo mio nuovo hobby, si è rivelato una vecchia passione sopita per anni e rispolverata grazie alla rete e al mare di immagini fantastiche di creazioni bellissime tutte a base di carta. In un certo senso è come tornare ragazza e forse mi piace proprio per questo.  O forse ho solo trovato una cosa che ho sempre amato fare, solo che non la ricordavo.
Tutto qui: volevo condividere con voi questa cosa. E poi vi volevo dire (a chi non lo sapesse) che mi son comprata il mio primo smartphone. E una macchina. Poi ho finito i soldi, ma ci sto lavorando. Come su tutto il resto.

Come le nuvole in montagna

Volevo scrivere un sacco di cose, come preambolo alle vignette che seguono, ma. Ottobre sta avendo come sempre effetti deleteri su quello che resta del mio buon umore e qualunque cosa io dicessi, sarebbe senza dubbio non intonata con delle strisce che vorrebbero esser comiche. Quindi, lasciamo perdere tutto quanto e facciamo finta che io sia un allegro clown (e non uno di quelli dei film dell’orrore come in realtà mi sento). Sono bipolare, metereopatica, lunatica e ottobrepatica (questa l’ho inventata io, si), ma alzi la mano chi mi vuole bene anche così (ho bisogno di affetto).

Ora: se fosse la prima volta che vedi una delle mie vignette non puoi non (ho sempre odiato la doppia negazione) andare a leggerti anche le altre… Le trovi tutte qui. Se preferisci sfogliarne alcune come se fossero un libro allora clicca qui. Se infine vuoi vedere solo quelle di quando sono stata a Roma con le amiche, allora clicca qui.

Va tutto bene.

Adesso scusate ma vado a prendere a pugni qualcosa.

 

Looking for me. Cercandomi.

V’è un incanto nei boschi intatti;
V’è un’estasi sulla riva solitaria;
V’è un mondo senza turbamenti,
Accanto al mare profondo,
E musica è il suo mugghio:
Non amo di meno l’uomo,
Ma di più la natura…
(George Byron)

L’autunno è ormai alle porte. Cadono le foglie. Ho attraversato già le prime nebbie. L’estate e le vacanze saranno presto un ricordo. Il tempo passa rapidamente e lascia come mille scie di lumaca o di meteora, dipende. Com’è stata la vostra estate? Cosa avete fatto di bello? La mia è stata  strana. Non ho fatto vacanze, perchè per fortuna ero impegnata con il lavoro, ma mi sono resa conto che in qualche modo, anche se sono rimasta dove sono, l’ho vissuta. E’ stata un’estate lenta e veloce al tempo stesso, bella e dolorosa, oserei dire. Particolare. Ho guardato i vostri viaggi, quelli di chi, come me, amano condividere. Ho visto i vostri piedi camminare strade lontane. Ho sorriso, perchè sono sempre felice quando lo fanno le persone che amo e le persone che amo sorridono spesso, quando sono in vacanza. Sono riuscita a ritagliarmi un piccolo viaggetto infrasettimanale ed ho trascorso tre bellissimi giorni in montagna. Io, l’automobile dei miei, la mia Canon ed il mio Lumia. Sono andata dove vado da quando sono piccola e dove i miei hanno un monolocale: in Valle Varaita (ricordi? Te ne ho parlato qui). Sono state ore davvero benefiche, che mi hanno depurata nel profondo, alleggerita, schiarita. Mi è piaciuto da pazzi esser sola: ero io a decidere gli orari, le mete, quando fermarmi, quando muovermi, dove e cosa mangiare, se parlare oppure no. E, cosa migliore tra le tante, potevo arrestarmi a fotografare qualunque cosa in qualsiasi momento, senza sentire lamenti o dover recuperare di corsa il passo perduto. Durante il viaggio di andata ho fatto alcune tappe per vedere posti che avevo sempre visto ma mai guardato. Ho guidato con calma, ammirando i campi che scivolavano accanto a me, sentendo fortissimamente l’entusiasmo dell’andare, avvertendo con una violenza piacevole la fortuna di vivere qualcosa che avevo desiderato, voluto, cercato ed aspettato con forza. Scappavo, si. Scappavo da così tante cose che a pensarci viene il capogiro. Scappavo da me. Sapevo che la montagna, come sempre accade, mi avrebbe aiutata a nascondere i dolori, a camuffare le cicatrici, a legare palloncini colorati ai pesi del cuore. E non mi ha delusa. Sono sempre felice quando sono in montagna o a Venezia. E’ qualcosa che non so spiegare, forse, semplicemente, entrambe sono il mio Tiffany, il posto dove andare quando si hanno troppe paturnie, come Holly Golightly. Ma è così che accade. Posso star coricata per due ore su una pietra, guardando le nuvole nascere nel cielo, con alle spalle il Monviso e non sentire nemmeno una briciola dell’irrequietezza che mi tormenta ogni singolo istante della mia vita. Posso star seduta su una panchina di legno accanto ad una chiesetta, a guardare chi va e chi viene, chi sale su al Colle per andare in Francia e posso farlo per ore, senza sentire di sprecare il mio tempo, come se avesse un valore concreto che non si può sperperare. Posso camminare con lentezza in mezzo ad un bosco, canticchiando una canzone di Eddy Wedder e non pensare a niente, assolutamente a niente per minuti e minuti e non sentirmene colpevole. Quando sono in montagna posso essere felice. E lo sono stata particolarmente questa volta, perchè ero io a dettare il ritmo del tempo, a concedermi spazio e quiete, a vivermi, per una volta, rotondamente, senza ammaccature, senza spintoni all’anima. La verità è che ero sola, si, ma c’era un sacco di gente, con me. Pensavo a chi avevo lasciato a casa, all’amore mio, all’assenza di serenità che ci tormenta la vita. Pensavo alle amiche torinesi, mi chiedevo cosa stessero facendo mentre calpestavo suoli montani come Heidi. Pensavo a tutti voi e vi portavo con me attraverso ogni singolo centimetro di pascolo, in ogni boccata di ossigeno, accanto ad ogni stella alpina. Vi ho portato con me con le foto, con i miei piedi imbalsamati in tante pose, per farvi capire che la mia gioia è fatta di tutte quelle piccole cose che i miei piedi incontravano. Per farvi capire che la mia gioia è rendervi partecipi, stare insieme, anche quando un vero insieme non c’è mai. Perchè, come diceva Alexander Supertramp: “la felicità è vera solo se è condivisa”.
Ora, vi starete chiedendo quando arriva la ricetta di questo post. La verità è che non c’è ricetta. La verità è che ho deciso una cosa: che se aspetto di avere tempo e voglia di cucinare, per potermi mettere qui a scrivere, a chiacchierare con voi, allora nel frattempo sarete tutti scappati o incredibilmente invecchiati. La verità è che un paio di cose che sono successe al mio ritorno dalla montagna mi hanno fatto capire una cosa. Che la Kasa di Katia non ha solo una Kucina. Non deve per forza ruotare tutto intorno ad essa. Ma che ci sono altre stanze, prima fra tutte quella dove si ricevono gli ospiti. Il fatto è che pensavo che una torta potesse distrarre chi mi segue dalla pochezza dei miei argomenti di contorno… O meglio: pensavo che i miei argomenti fossero poca cosa e quindi cercavo di attirare l’attenzione sulla torta. In pratica: non pensavo (e non lo penso tuttora ma sto cercando di smettere) che interessasse davvero quello che dico. Ma qualcuno mi ha fatto capire qualcosa che qualcuno cercava di farmi capire da tanto.
Lo so, forse sono leggermente contorta, ma cercate di capire: in un certo senso questo è il post che faccio più fatica a scrivere da quando ho aperto questo blog. Seguitemi, vi prego: forse alla fine di questa valanga di parole troverete un senso, capirete. O, almeno, chi deve capire capirà.
Non è la prima volta che mi capita di pensare che le persone che incontriamo possono essere boccate di ossigeno in una vita di apnea. Posso dire con serenità che, per quanto la mia esistenza faccia acqua da tutte le parti, almeno dal lato dei rapporti sono stata fortunata. Non è sempre stato così e non sarà così sempre. Ma ci sono dei raggi di sole, talvolta, che ti scaldano dentro e illuminano giù, nel profondo ed anche quando le nuvole arrivano a coprire la luce, quel calore rimane. Per un attimo, per l’eternità, non fa differenza. Ci sono. Ci sono stati. In qualche mutevole forma ci saranno sempre. Io sono fatta di questo.
Mi rendo conto con sempre maggior forza del fatto che certi gesti mi hanno cambiata per sempre. Gesti miei ed altrui,  positivi e negativi. Che in qualche modo, forse in parte volontario, forse in parte inconscio, per tutta l’esistenza ho lasciato che la mia vita passasse attraverso quella degli altri, che i miei sogni, i miei desideri, venissero filtrati dall’importanza che gli altri vi attribuivano. Ho maltrattato i miei sogni, li ho sviliti, nascosti, narcotizzati, perchè chi avevo intorno non li capiva. Ho messo da parte i miei desideri perchè gli altri non li condividevano. Ma tutto questo non in chiave altruistica, come una novella Madre Teresa. Semplicemente ho dato retta a chi pensava che non ce l’avrei fatta, che non ero in grado, che non ero all’altezza. Ho creduto a chi mi faceva credere di non valere niente. Ci ho creduto e me ne sono convinta.
Il brutto è che queste cose sono un pò come quando hai un incidente: ci vuole del tempo, poi, per tornare al volante. Se sei abituato a stare al buio, la luce ti ferisce gli occhi, al principio. Poi piano piano ti abitui.
Quello che voglio dire è che sto cercando di abituarmi alla vostra luce. Al vostro spronarmi, al vostro costante, instancabile e multiforme tentativo di togliere le ragnatele da quei sogni abbandonati, da quei desideri narcotizzati. Combatto quotidianamente una lotta con le due parti di me stessa: quella che crede di non valere molto, che si lascia andare all’apatia e la parte che un pochino ci crede o che, quanto meno, ci sta provando. Sta provando a credere alle vostre parole: non perchè non pensa che siano sincere, ma perchè è convinta di non meritarle. Sto provando a credere ai vostri gesti. A chi mi regala teglie di silicone e libri di ricette, quaderni bellissimi e coltellini svizzeri, viaggi a Roma e collanine, cuori argentati e matite colorate, fogli per disegnare e bamboline che sorridono. A chi mi regala il suo tempo, la sua saggezza, a chi mi trasforma in cavaliere Jedi e in fumetto, a chi mi regala scatole di legno fatte a mano per dirmi di non mollare, di continuare, perchè tra le mie parole, qualcuno, in mille modi diversi, sa trovare qualcosa. Perchè ciascuno di voi, in un modo particolarissimo e personalissimo, ha saputo trovare Katia. E’ grazie a voi che la mia lotta contro quella me che si mortifica, che continua a pensare che tutto quello che va storto nella mia vita è assolutamente meritato, non è più una lotta ad armi impari. Grazie ad ognuno di voi perchè avete avuto, avete e (spero) avrete sempre voglia di cercarmi.

Dedicato a Nonno Gianni, che ha scalato una montagna per portarmi un sorriso.

La gente di qui e le zucchine ripiene vegetariane

Il paese in cui vivo conta poco più di duemila abitanti. Abbiamo un supermercato, due tabaccherie, quattro o cinque bar, una panetteria, due o tre parrucchieri e un’edicola. Uno dei bar è in realtà una bocciofila e la sera, qualche volta, quando ci sono gli ingredienti, il gestore fa la pizza. Se ne ha voglia. Dicono che una volta ci fosse il cinema. Ed una pasticceria. Dicono. Se passi dalla piazza principale (dove è sito il Comune e lo studio dei medici della mutua) puoi ammirare un campione decisamente rappresentativo della popolazione locale. A qualsiasi ora del giorno, sempre nella stessa posizione, sempre sulla stessa panchina, puoi notare sempre le stesse persone. Giuà, che la gente chiama “il muto”, ma che in realtà sa articolare discorsi e parole meglio di tanti altri e che controlla l’orologio quando mia madre passa la mattina per andare al lavoro e le fa segno se è in ritardo. Tony, che porta sempre il cappello e gli occhiali da sole. Lillo, con i suoi lunghi capelli fuori moda, che suona la chitarra come nessuno, ma solo nel chiuso del suo garage. Bertino, che equivale ad un giornale locale, perchè tutto quello che passa sotto i suoi occhi viene divulgato in maniera fulminea ai quattro angoli del pianeta. Ogni tanto si aggiunge quello che aveva il negozio di macelleria lì sulla piazza: ti vendeva la carne congelata, pesandola da congelata, ovviamente. Poco più in là c’è la panchina dedicata agli arabi. Le due popolazioni difficilmente si mischiano e di solito la seconda supera in numero la prima. La maggiore ispirazione per i discorsi di questi gruppetti di persone è data dal cartellone su cui vengono affissi i manifesti dei defunti. Li vedi spesso lì davanti, con le mani incrociate dietro la schiena, a leggere attenti e poi presi a ricordare che il buonanima di tizio aveva fatto questo, che il buonanima di caio aveva fatto quello, che in realtà dicevano una cosa e in verità se ne diceva un’altra sul conto di questo e quello. Qualcuno, ogni tanto, entra al bar, legge il giornale e poi esce ad informare anche gli altri. Non credo che qualcuno di loro sappia cos’è facebook e a cosa serve un blog. Penso che la vita, in posti come questi, abbia ancora una connotazione spiccatamente analogica, antiquata e, forse, semplice. A nessuno di loro può interessare se e quando pubblicherò una nuova ricetta, anche se passo davanti ai loro occhi tutti i giorni, anche se magari mi conoscono perchè sono la figlia di uno di qui. Mi è venuto da pensare che, forse, in posti così, la vita è ancora sincera, in un certo senso, in un certo modo. Che tu sei e rimani, semplicemente, un membro di una tale famiglia, a prescindere da quello che fai o non fai nella vita, a prescindere da chi cerchi di essere o non essere. Da una parte è consolante. Soprattutto se hai capito che, tutto sommato, una cosa è meglio se la fai per te stessa che per arrivare chissà dove, perchè chissà dove non ci arriverai mai, per quella via. Mi sono resa conto, con il passare del tempo, che la misura è colma, che di gente che propina ricette e manicaretti, in rete, ce n’è troppa. Se non hai qualcosa di più, non sei altro che un pesce piccolo in un grande mare. Non ho mai avuto pretese di celebrità, questo no. Ho sempre solo cercato di seguire una passione e renderla piacevole ed è questo che voglio continuare a fare. Anche se continuerò per sempre ad essere, semplicemente, quella che sono. Perchè la gente di qui nemmeno sa che ci ho provato e, quindi, ignora che io abbia rinunciato.

Zucchine ripiene vegetariane

Ingredienti:

  • 4 grosse zucchine
  • 250 gr di ricotta fresca
  • prezzemolo q.b.
  • 1 uovo
  • parmigiano o pecorino grattugiato
  • sale, pepe e olio q.b.

Preparazione:

lessa le zucchine in abbondante acqua salata, lasciandole leggermente sode. Una volta fredde svuotale e tieni da parte la polpa. Trita finemente il prezzemolo, amalgamalo con cura alla ricotta, unisci il parmigiano e la polpa delle zucchine, continua ad amalgamare, aggiungi l’uovo sbattuto ed infine aggiusta di sale e di pepe. Riempi le zucchine con il composto ottenuto e disponi le zucchine su una teglia unta con un filo di olio. Inforna a 180 gradi per una ventina di minuti.

Estate?! Ghiaccioli!!!!

Dicono che sia estate. Dicono, perchè qui nel basso Piemonte, di caldo se ne è sentito ben poco. Non che mi lamenti, perchè non amo molto le alte temperature, ma è comunque strano essere quasi alla metà di luglio e non aver ancora sudato poi molto. Caldo o non caldo, comunque è estate e quando penso a questa stagione mi vengono subito in mente i ghiaccioli. Quando ero piccola ne andavo ghiotta: mi piaceva da morire quella sensazione masochistica di freddo intenso al cervello e l’innegabile ristoro dalla calura che dava gustare quello che in realtà è una cosa semplicissima. Acqua ghiacciata al gusto che preferisci. E cosa c’è melgio di un ghiacciolo fatto in casa, praticamente a chilometro zero? E’ una cosa facilissima da fare: vai al supermercato e cerca lo sciroppo Fabbri  del gusto che vuoi tu. Lo troverai abbinato ad un bellissimo stampo in silicone Silikomart. Quello che devi fare è andare a casa, versare un pò di sciroppo in un bicchiere, aggiungere la quantità desiderata della tua acqua preferita, versare nello stampo (nel quale avrai infilato l’apposito bastoncino che trovi nella confezione) e mettere in freezer per alcune ore. Oltre ad essere veramente facile (se hai dei bambini fallo fare a loro, vedrai come si divertono!) il risultato è garantito: vengon fuori dei ghiaccioli perfetti, belli lisci e facilissimi da estrarre dallo stampo. Non resta che gustare il risultato: io ho preparato dei bellissimi cuoricini all’amarena!

“L’unico modo per avere un amico è essere un amico”

Io non ho molti amici, ma ne ho molti più di quanti avrei mai pensato di poter avere. Non ho molti amici, ma ne ho molti che non credo nemmeno di meritare. Non ho molti amici, perchè non mi piace perdermi in tavolate lunghe e in discorsi che si intrecciano l’uno con l’altro, tanto da rimanere superficiali. Non ho molti amici, perchè molti ne ho persi lungo la strada e molti li ho lasciati andare alla deriva. Non ho molti amici, ma ne ho molti davvero speciali. Come te.

Non lo so

E’ la verità, non so cosa scrivere. Non è la prima volta che mi capita, ma questa volta è peggio del solito: non so cosa scrivere. Se fossi una scrittrice potrei dire che ho il blocco della scrittrice, ma non lo sono. Se fossi una vera blogger… Bhè, non staremmo qui a tergiversare ed avrei rovesciato sulla tastiera già quelle due o trecento parole senza pensarci. La verità è che mi si è intasata l’anima. Che di pensieri ne ho tanti, ma la maggior parte, oltre a non interessare a nessuno, non li posso condividere. Fidatevi, è meglio così. ci son cose che uno si deve tenere dentro, magari ignorarle anche un pò, con l’illusione che prima o poi se ne vadano, che lascino il posto a cose migliori, che creino un vuoto diverso. Ho la testa piena di vorrei e non vorrei averne così tanti. Ed ho il cuore così ricolmo di mancanze, che vorrei me ne mancassero un pò. Ma odio lamentarmi e anche questo l’ho già detto. Quindi… Potrei parlarvi del cielo. Delle grosse nuvole bianche che si addensano là fuori. Potrei parlarvi del vento che ogni giorno spazza il prato e le foglie degli alberi. Potrei parlarvi delle mie giornate, del piccolo mondo racchiuso tra le mie ossa, ma… Ognuno ha il suo cielo, ognuno ha il suo vento e soprattutto ognuno ha il suo piccolo mondo racchiuso tra le ossa… Allora parliamo di cibo, che almeno di queste tortine salate alle cipolle so cosa dire!
Io adoro le cipolle, le mangerei in qualunque maniera. Fa niente se ho difficoltà a digerirle e, vi dirò, fa niente anche se creano quella spiacevole fiatella che preferiremmo evitare, soprattutto in vista di rapporti sociali. Ma oltre ad essere davvero buona e versatile, la cipolla fa anche bene: ha proprietà diuretiche e contiene cromo e composti solforati, che aiutano a contenere la glicemia, i livelli di colesterolo e trigliceridi. Inoltre contribuisce a prevenire l’arterosclerosi, le malattie cardiache e ha proprietà antinfiammatorie. Quindi, lasciamo perdere tutto quanto e mangiamo cipolle come se non ci fosse domani. Iniziamo da questi tortini? Sono davvero semplicissimi.

Ingredienti per 6 tortini:

  • 2 uova medie
  • formaggio grattugiato q.b.
  • 1 cucchiaio scarso di olio evo
  • 4 cucchiai abbondanti di farina
  •  latte q.b.
  • 1 punta di cucchiaino di lievito
  • 1 cipolla (potete usare la varietà che preferite)
  • 1 pizzico di sale
  • pangrattato

Preparazione:

Pulisci la cipolla e tagliala finemente. Mettila a cuocere in una padella con l’olio ed un goccio di acqua fino a che non risulterà ben cotta e dorata. Mettila da parte. Intanto sbatti le uova con il sale ed aggiungi la farina poco per volta, sciogliendola poi con il latte. Aggiungi il lievito, unisci le cipolle ed il formaggio grattugiato e versa negli stampini. Cospargi la superficie con il pangrattato, inforna e cuoci a 160 gradi circa per 15 minuti abbondanti (o comunque fino a quando vedrai una bella doratura in superficie).

Di muffin e origini

A volte mi capita di pensare alle origini delle cose, l’ “archè”, dicevano i greci. Certo non in scala così estesa come facevano i grandi pensatori, ma più semplicemente, talvolta, mi piace andare a cencare il significato delle parole o le origini di certe cose, magari di uso quotidiano, che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e che diamo per scontate. L’altro giorno, ad esempio, mi sono chiesta che origini avessero esattamente i muffin: un dolcetto famossissimo, che spopola in rete e nei libri di cucina e che ho sempre e semplicemente ritenuto americano. Non mi sbagliavo, ma non è così immediato.
La scoperta dei muffin in Europa è in realtà una riscoperta: questi succulenti pasticcini erano, in origine, dolcetti lievitati con i quali gli inglesi erano soliti accompagnare il tè. I Padri Pellegrini, nel XVII Secolo, li portarono con loro nel Nuovo Mondo. Pause per il tè e pasticcini non erano però adatti alle dure condizioni di vita dei colonizzatori (cito testualmente la fonte, tralasciando commenti personali), che allora crearono sia muffin dolci a impasto veloce, sia variazioni con ingredienti più sostanziosi (come farina di granoturco, pancetta, verdure) per spuntini veloci ma consistenti. Con il passare dei secoli quasi tutte le regioni crearono il loro “super-muffin” speciale, specchio della cultura culinaria e fatto con gli ingredienti tipici della zona: sciroppo d’acero nella Nuova Inghilterra, cranberries nella zona dei Grandi Laghi, pesche in Georgia, arance in Florida e così via. Poi, un giorno, un fornaio originario dell’Inghilterra (S.B. Thomas), decise di aprire un panificio a New York e raffinò il pane rustico dei coloni, vendendolo a hotel e ristoranti della zona, con l’appellativo di “Thomas fine English muffin”: il muffin tornò così ad essere il dolce preferito dall’alta società per accompagnare il tè.

Ma qual’è il trucco per preparare degli ottimi muffin in perfetto stile americano?
E’ molto semplice e non occorre usare nemmeno il frullatore. In un recipiente si mescolano tutti gli ingredienti asciutti (farina, fecola, noci, farina di cocco, lievito, bicarbonato e prodotti simili) e in un secondo recipiente si mescola lo zucchero con tutti gli ingredienti umidi (uova, olio, burro, latticello, latte, panna acida, dipende da quello che prevede la vostra ricetta). Si uniscono poi gli ingredienti asciutti a quelli umidi, si mescola brevemente con un cucchiaio di legno ed ecco che l’impasto è pronto. Bisogna solo fare attenzione a non mescolare troppo a lungo gli ingredienti e a non lasciar riposare l’impasto, ma infornare subito perchè altrimenti i muffin diventano duri e asciutti.
Detto questo, allora, vediamo come ho preparato i miei muffin con nocciole e cocco.

Ingredienti per 6 muffin:

  • 125 g di farina 00
  • 1 uovo
  • 60 g di zucchero
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • una punta di cucchiaino di bicarbonato di sodio
  • 30 g di nocciole tritate finemente
  • 20 g di cocco grattugiato
  • 1 bicchiere di latte
  • 30 g di burro

(raddoppiate le dosi se avete una teglia da 12 muffin)

Preparazione:

Preriscalda il forno a 170 gradi circa.
Come da istruzioni ho separato gli ingredienti umidi da quelli secchi in due diversi recipienti: da una parte quindi la farina, il lievito, il bicarbonato, le nocciole tritate ed il cocco. Dall’altra l’uovo, lo zucchero, il latte ed il burro. Successivamente li ho uniti, ho mescolato rapidamente ed ho versato negli stampini di silicone. Ho infornato e cotto per circa 15 minuti.

Momenti

Lo spazio tra una cosa e l’altra

Non è facile trovarlo. Lo spazio tra una cosa e l’altra. A volte lo si cerca disperatamente. Conosco persone che riescono a gestire impegni mondani, lavorativi e familiari come se fossero funamboli sui fili dei minuti, senza fatica, senza fiatone. Conosco persone che rimbalzano tra le pareti delle cose da fare senza farsi male, senza perdere niente, senza dimenticare nulla. Io non sono così brava. Posso andare nel panico solo se ho compiti da svolgere nella stessa giornata. Poi faccio tutto, perché non sono una che si tira indietro e si lascia trascinare dai rintocchi dell’orologio, ma ho sempre la sensazione, nel turbinare delle giornate, di aver dimenticato qualcosa. Forse me stessa, forse i sogni. O, forse, più che dire “dimenticare” sarebbe meglio dire “tralasciare”: tralascio certe cose per farne altre, le accantono, le metto da parte, tanto poi saranno sempre lì ad aspettarmi. Ma dicono che non bisogna mai perdere di vista le cose a cui teniamo, perché può capitare di non trovarle più come le avevamo lasciate. E questa è una frase che mi martella il cervello, in questo periodo: penso che sia dannatamente giusta. Ci sono tante cose che non sono più come le avevo lasciate. O forse sono io che non mi riconosco più e l’immagine che vedo riflessa in quelle cose non è quella che mi aspettavo di trovare.Ma poi la vita è fatta così. Piano piano si trova il modo di fare tutto, di essere quello che gli altri si aspettano che tu sia, di esserci, nonostante tutto, in una maniera o nell’altra. Ho capito che non posso pretendere di  più dal momento, che forse quello che potrei avere è meno, quindi: gioisco di quello che c’è, perché c’è, tanto per cominciare. E non è poco. Soprattutto se penso a persone a me care che in un attimo hanno perso un pezzo di vita o che lo stanno vedendo scivolare via piano piano senza poter fare nulla. Non mi piace lamentarmi, ma se anche mi piacesse, non potrei farlo ora. Per rispetto. Perchè in fondo le mie sono solo paturnie, come quelle di Holly Golightly. Forse. Ma che importa?Voglio essere sincera: non ho preparato io questa spettacolare torta con le fragole, ma mia mamma. Perchè lei sa preparare dolci buonissimi senza che siano ipercalorici, mentre io aggiungo burro e zucchero come se non ci fosse bilancia. Quindi ho praticamente solo fotografato l’opera finita, ma per una volta concedetemelo… Altrimenti se aspettiamo i tempi miei, campa cavallo che la Katia si decide a tornare in pista!

Ingredienti per una teglia rettagolare  30×20 circa:

  • 4 uova medie
  • 500 gr di fragole fresche e ben mature
  • 250 gr di farina 00
  • 80 gr di maizena
  • 125 ml di yogurt alla fragola
  • 4 cucchiai di miele (io ho usato il Miele Natura e Tradizione Millefiori di Vis)
  • 2 cucchiai di zucchero semolato
  • 2 cucchiai di olio leggero
  • 1 bustina di lievito

Preparazione:

pulisci le fragole, tagliale a metà e mettile da parte. Sbatti le uova con lo zucchero, aggiungi il miele e amalgama con cura piano piano tutti gli altri ingredienti, compresa metà delle fragole che avevi tagliato precedentemente. Versa l’impasto nella teglia imburrata ed infarinata e aggiungi il resto delle fragole sulla superficie. Infora a 170 gradi per circa mezz’ora.

 

Una volta avevo un blog

Te lo ricordi? Propinavo ricette più o meno interessanti, aneddoti della mia vita, vignette e fotografie come se non ci fosse domani. Adesso non ho più tempo per niente. Mi scappano i minuti dalle dita. Sento che dovrei trattenere qualcosa, ma non so bene cosa. E’ che adesso lavoro. Non tutti i giorni, almeno non ancora, ma quando lavoro è per tante ore filate e ci metto sempre un po’, dopo, a riprendermi, a risintonizzare la mia mente sul qui ed ora. Non mi lamento, questo no: vado con il sorriso, torno con il sorriso. Ho a che fare con i migliori datori di lavoro che si possano desiderare. Sono felicissima. E chi mi conosce lo sa, quanto ho faticato per poter dire di nuovo “io lavoro”. Ma mi manca tanto stare qui, raccontare, raccontarmi. E stringermi forte a te.

Il filo dei pensieri

Ti capita mai di metterti a pensare a come sei arrivato a pensare a quello cui stavi pensando? E’ un pensiero (appunto) piuttosto contorto, lo so. Cercherò di essere più chiara. Io lo chiamo “il filo dei pensieri”: è come seguire a ritroso un discorso, per vedere da dove è cominciato. Faccio lo stesso con i pensieri: è interessante, perchè la mente può percorrere strade davvero originali e fare percorsi niente affatto convenzionali, per condurti a prestare attenzione a qualcosa, per creare nel tuo cervello quel dato pensiero in quel dato momento. Non so dare una spiegazione più scientifica: non sono un’esperta, anzi. Dovrei parlare di ricette ed invece son qui che vaneggio a proposito di pensieri e fili. Ma provo a farvi un esempio: sto pensando ad una torta di fragole. Ma come ci sono arrivata? Facendo un passo indietro mi viene in mente che ieri ero al supermercato ed il mio compagno mi ha detto di aver comprato le fragole spagnole. Ma come ero arrivata a pensare a questo? Pensando che mia nonna mi ha detto che mio cugino va in gita in Spagna, questa settimana. E come ero arrivata a pensare a questo? Pensando che mio fratello quest’anno fa prima superiore ma non credo che faranno la gita lunga a scuola. E così via: questo è quello che chiamo “il filo dei pensieri”. Mi piace sempre scoprire come, per arrivare a pensare ad una torta di fragole, si possa all’inizio aver pensato ad una persona, ad esempio. E’ fantastico, nel vero senso del termine: è qualcosa che proviene dalla fantasia, che non sembra razionale. E’ come le storie a bivi che leggevo quando ero piccola.
Ora dovrei fermarmi un attimo e pensare a come sono arrivata fino a questo punto. Ero qui seduta a guardare una delle foto che ho fatto a queste coppette velocissime con crema e pesche, riflettendo su cosa scrivere come preambolo e sono finita a pensare ai pensieri. E questo mi conferma il fatto che ho una mente contorta. Come se avessi bisogno di conferme.

Preparazione:

Fai bollire il latte con la vaniglia, la scorza di limone e un pizzico di sale. Nel frattempo, in una ciotola, monta i tuorli con lo zucchero e versa la farina setacciata. Unisci il il latte facendolo passare attraverso un colino e mescola con cura. Versa il composto in un tegame e, su fuoco moderato, porta ad ebollizione mescolando continuamente per evitare la formazione di grumi. Cuoci per qualche minuto, fino a raggiungere la consistenza che preferisci. Se dovesse rassodarsi troppo aggiungi un poco di latte.
Lascia raffreddare leggermente la crema. Nel frattempo taglia a pezzettini le pesche e disponile sul fondo di quattro coppette. Versa in ciascuna coppetta una dose di crema e decora la superficie con fettine di pesca. Servi a temperatura ambiente.

Un’idea ancora più veloce in caso di ospiti improvvisi? Invece di preparare la crema pasticciera usa il preparato per crema pasticciera Paneangeli, è facilissimo da usare e veloce, poichè non prevede cottura e non necessita di attrezzi particolari (basta una frusta a mano, per dire).
Se vuoi un gusto più deciso arricchisci queste coppette con un cucchiaino di marmellata: ti consiglio la confettura extra di pesche Bio Vis. Se invece vuoi una nota più dolce… Concediti una montagna di panna montata!

è una delle più facili e veloci da preparare, perché senza cottura. Infatti, è pronta in pochissimo tempo: basta miscelare il contenuto di una busta a 300 ml di latte a temperatura ambiente, per ottenere mezzo litro di una crema liscia ed omogenea, dal gusto fresco e gradevole, arricchito da una nota di vaniglia e limone.Indicata per cannoncini, bignè, crema inglese, piccole brioches, torte di frutta, il suo gusto può essere personalizzato con l’aggiunta di panna o yogurt; la Crema Pasticcera PANEANGELI è utilizzabile anche per la successiva cottura in forno, così come può essere congelata e successivamente scongelata.
Più leggera e delicata della crema pasticcera tradizionale, perché senza uova, la Crema Pasticcera PANEANGELI conferisce un tocco magico che rende speciale qualsiasi dolce.Ogni confezione da 150 g contiene 2 buste di Crema Pasticcera PANEANGELI. – See more at: http://www.paneangeli.it/prodotto/-/prodotto/crema-pasticcera?p_p_auth=0F3mLpLZ#sthash.qBlV1kdr.dpuf
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Buon mese di marzo

Siamo a marzo. Incredibile. Quando sento “marzo” non penso già più all’inverno. Anche se fuori c’è un tempo da lupi: piove a dirotto e le colline laggiù sull’orizzonte sono bianche di neve, mentre scrivo. Ma marzo fa venire in mente la primavera che si avvicina, i fiori, l’erba nei prati. Come sono bucolica! In realtà la natura che sboccia suscita in me lo stesso entusiasmo che provoca l’inizio del Grande Fratello: pari a zero. Io sono un’animale autunnale, in fondo, più avvezza ai grigiori e alle nebbie che ai prati fioriti. Ma voglio illudermi (ed ormai sono bravissima a farlo) che la nuova stagione porti dei cambiamenti e che anche nella mia vita, da qualche parte, in qualche modo, stia germogliano qualche bocciolo, che prima o poi fiorirà.
Smettiamo di pensare all’inverno: è praticamente passato. Iniziamo ad organizzare scampagnate in montagna e pic-nic all’aria aperta. Apriamoci ad un nuovo sole e a nuovi colori! (Sono credibile come una scatola di sardine, mi sa). A proposito di pic-nic, oggi vi propongo una ricetta davvero molto semplice e perfetta per uno spuntino all’aperto: questi muffins salati con porro, zucchine e patate sono infatti comodi da confezionare e trasportare (basta metterli in un contenitore con il coperchio ermetico) e da mangiare con le mani… Un ottimo finger food,  insomma! Vanno benissimo consumati freddi, magari accompagnati da una leggera insalata di songino, gherigli di noci e scaglie di parmigiano. Se non siete vegetariani potete poi optare per una soluzione più saporita, aggiungendo dadini di speck o pancetta alla preparazione!

Ingredienti per 12 muffins circa:

  • 3 zucchine chiare medie
  • 2 patate medie
  • 1 porro
  • 3 uova medie
  • formaggio grattugiato q.b.
  • 1 cucchiaio di olio evo
  • 3 cucchiai abbondanti di farina
  • mezzo bicchiere di latte
  • 1 punta di cucchiaino di lievito

Preparazione:

Taglia il porro a rondelle sottilissime e lavalo con cura. Asciugalo con un panno di cotone o carta da cucina e mettilo a soffriggere in una padella, nella quale avrai versato un cucchiaio di olio evo. Lascia appassire il porro e nel frattempo taglia a dadini sia le zucchine che le patate e lava entrambe. Mettile a cuocere insime al porro, aggiusta di sale e di pepe ed aggiungi un po’ d’acqua. Lascia cuocere a fuoco dolce fino a che le verdure non saranno diventate tenere. Intanto sbatti le uova in una ciotola, aggiungi il parmigiano grattugiato, aggiusta di sale, unisci la farina, il lievito ed il latte e mescola con cura, fino ad ottenere una pastella priva di grumi. Unisci le verdure (che avrai lasciato raffreddare un pochino per non rischiare di cuocere le uova), mescola, versa nell’apposita teglia da muffins da 12 posti (o in dodici pirottini di carta o silicone) unta con un poco di olio e spolverizzata con il pangrattato. Inforna e cuoci a 180 gradi per circa venti minuti.

Vuoi altre idee  per piccole pietanze adatte ad un pic-nic?

Piatto ARV di Ikea, stoffa mamma di Katia

Uno, due, tre…E romanticismo sia

Siete pronti per S.Valentino?! Avete già visto anche voi le vetrine dei negozi addobbati con cuori e cuoricini come è successo a me stamattina? Personalmente è stato un trauma. Tralasciando il fatto che, come ho più volte sproloquiato in proposito, non è una festa che amo, non è una festa che sento e non è una festa che festeggio, rendermi conto che tra una manciata di giorni è già il quattordici di febbraio mi ha colpita come un vaso di gerani precipitato dal balcone. Ma, dico: non stavamo parlando l’altro ieri di stelle e angioletti e alberi e Babbo Natale e carbone dolce e Befana?! Non è passato giusto un attimo dacchè ci siamo fatti gli auguri di buon anno nuovo? Io il tempo non lo capisco. Sono sempre più convinta del fatto che non è vero che un minuto dura sessanta secondi ed un’ora sesanta minuti. Qui qualcuno ci ha presi in giro fin dall’inizio e noi, da bravi, abbiamo accettato che il tempo sia suddiviso in porzioni regolari che hanno tutte la stessa durata, ma non è così. Non avete anche voi, a volte, la sensazione che un giorno sia volato in un istante, quando trascorrete ore liete e leggere e che duri invece all’infinito quando non si vede l’ora che arrivi a conclusione?
Comunque, scusate: ho decisamente divagato. Dicevamo di S. Valentino. Che si può amare o odiare, eccetera eccetera, ma per una che ha un blog che parla di cibo è come una scadenza fissa, non si scappa: vuoi non preparare quintali di cose da mangiare a forma di cuore, vuoi non riempire tutto l’etere di rosa e rosso e di sdolcinatezze?! Mi riservo di decidere che risposta dare a questa domanda (da una che ha saltato clamorosamente il Natale c’è da aspettarsi di tutto), ma nel frattempo vi pro(pino)pongo quello che si è fatto qui a Kasa di Katia per S. Valentino!

Come antipasto o snack sfizioso provate le chips di polenta e grana (ovviamente a forma di cuore);
per la prima portata che ne dite di un bel piatto di pasta fatta in casa? Allora eccovi la ricetta dei cuoricini di pasta all’uovo con salsa rosa;
Ho un debole per i dolci e chi mi conosce lo sa: oltre a mangiarli volentieri, mi piace prepararli, quindi c’è un’ampia scelta di idee per preparare un dessert degno della nostra dolce metà (quasi tutti hanno come ingredienti cioccolato e calorie, ovvimente)!

Torta al cacao con marmellata di arance amareSformatini di cioccolato e ricotta
Cuori morbidi di cioccolato con panna montata
Ravioli dolci
Tortini innamorati
Palline di neve (che sono perfette da regalare
cuoricini al cacao

Ma dato che poi quando il tempo stringe ci viene l’ansia e non sappiamo cosa preparare, vi metto qualche link di ricette che, seppure non spiccatamente pensate per S. Valentino, vanno comunque benissimo per una romantica cenetta a due.

tartellette salate con mele, cipolla rossa e nocciole
vol au vent con fonduta e pancetta dolce
risotto con porri e radicchio
o, se riuscite a reperire le fragole è fantastico il risotto con salsiccia e fragole.
Trovate comunque tante idee (tante, bhè, alcune) qui.
Non dimenticate che S. Valentino inizia dal mattino e se avete la fortuna di vivere sotto lo stesso tetto con la persona che amate, preparategli/le una bella colazione, magari con degli ottimi pancake con gocce di cioccolato fondente.

Per altri spunti (decisamente più originali dei miei) vi invito anche a curiosare questi blog:
Brodo di Coccole, (mi fregio dell’onore di esserle amica), La tana del coniglio (che mi piace tantissimo), I paciocchi di Francy (che è mia conterranea ed amica) e (last but not least) La cucina psicola(va)bile di Iaia & Maghetta Streghetta, sempre mia amica… Insomma, vi consiglio solo gente fidata, perchè… L’amore è una cosa seria!

Il pianetino del Piccolo Principe

Il mio mondo si è ridotto. Come un pianeta colpito da un asteroide e rimasto monco, mutilato, rimpicciolito, mentre i pezzi schizzati via nell’impatto vagano per lo spazio senza meta, senza scopo. Mi muovo piano, con estrema cautela, all’interno di questo frammento rimasto. Ho paura di scivolare, di cadere, di farmi male, di nuovo. Ho paura di sgretolare tutto, di rovinare quel poco che rimane per me e di me. Mi sembra di essere come il Piccolo Principe nelle illustrazioni del suo autore, quando lo si vede lì, piccolo e solo, in piedi sopra il suo pianetino rotondo, poco più grande di lui. E’ così che mi sento. Come se tutto il mio mondo (e in definitiva la mia vita) si riducesse ad un misero pugno di rocce agglomerate a formare qualcosa di assolutamente informe e certamente privo di senso.
Sognavo castelli, montagne, fiumi e ponti per attraversarli. Sognavo sorrisi, risate e quiete. Sognavo un pianeta prospero e pieno di gente. Sognavo tante cose, per me e per chi mi stava intorno. Ma il pianeta s’è fatto stretto e piccolo e non sempre c’è spazio per ricevere le visite che, per altro, non sempre si ricevono. E non sempre c’è posto per i sogni. Ma anche qui, anche così – mutilata, divisa, martoriata – non voglio smettere di trasmettere. Perchè mi illudo sempre che a qualcosa possa servire. Mi illudo sempre che qualcosa possa cambiare.

Questa torta è una scorciatoia per due motivi. Il primo è perchè potrei definirla simil-sacher con marmellata di arance amare, ma è una scorciatoia proprio perchè è molto più facile rispetto alla sacher originale. Il secondo motivo è che, essendo appunto di semplice realizzazione ed essendo composta da un connubio perfetto come arance-cacao, questo è un dolce perfetto per la festa di S.Valentino! Ci metterete poco tempo a prepararlo e sarà di sicuro buono! Fatelo a forma di cuore, come ho fatto io e se volete, decoratelo con della panna montata aromatizzata con un poco di succo d’arancia.

Ingredienti:

  • 200 gr farina 00
  • 15 gr di burro (io ho usato Fior di panna Inalpi)
  • 140 gr di zucchero
  • 1 pizzico di sale
  • 50 gr di cacao amaro (io ho usato quello S.Martino)
  • 150 ml di latte
  • 1 bustina di lievito (io ho usato quello S.Martino)
  • 3 uova medie
  • marmellata di arance amare (io ho usato Biodelizia VIS)

Preparazione:

Ricordati di tirare fuori dal frigo le uova ed il burro almeno mezz’ora prima della preparazione.
Preriscalda il forno a 180 gradi.

In una ciotola lavora il burro con lo sbattitore elettrico per un minuto, poi aggiungi lo zucchero e continua a lavorare fino a che diventa bello morbido.

Separa i tuorli dagli albumi. Monta a neve ferma gli albumi aggiungendovi un pizzico di sale. Metti da parte. Aggiungi un tuorlo per volta alla crema di burro e zucchero, sempre continuando a mescolare con lo sbattitore, fino a che saranno tutti belli amalgamati ed avrai ottenuto una crema chiara ed omogenea. Setaccia la farina in una ciotola, aggiungendovi il lievito ed il cacao in polvere ed aggiungi gradatamente alla crema di uova, mescolando con cura. Unisci il latte poco per volta. Se l’impasto dovesse risultare troppo solido, aggiungi un po’ di latte. Una volta amalgamato il tutto unisci gli albumi montati a neve incorporandoli dal basso verso l’alto con molta cura. Versa nella teglia e cuoci per almeno quaranta minuti. Una volta raffreddata, taglia in metà la torta e farciscila con abbondante marmellata di arance. Servi con scorzette di arancia a guarnire.

Il mondo è un canederlo

Saltiamo a piè pari i preamboli, dove io dovrei scusarmi per la prolungata assenza e chi più ne ha più ne metta?! Grazie. Perchè è inutile rimbarlzarsi la palla delle scuse e dei motivi e delle buone ragioni e di tutte quelle cose lì. Tagliamo corto: non avevo voglia di pensare/cucinare/fotografare (l’ultima cosa è piuttosto grave, ma) e quindi non ho fatto nulla per un bel pò di tempo. E mi commuove notare che c’è comunque gente che si affaccia su questa Kasa e ci trova ancora qualcosa di interessante, nonostante lo scarso impegno che ci sto mettendo per abbellirla, curarla eccetera. Penserò anche a loro (a voi) quando mi verranno dubbi circa la trascuratezza di questo spazio. Ma ora, bando alle ciance, spostiamo le ragnatele e parliamo d’altro, và, che è meglio (come diceva il puffo Quattrocchi, al quale peraltro rassomiglio). Devo confessarvi che ho un nuovo hobby. Il punto croce. Ebbene si. Sono stata trascinata (e non uso un eufemismo) dalla mia abilissima genitrice nei meandri del mulinè e degli schemi ed ora mi ci perdo letteralmente, pensando talvolta in grande e talvolta in piccolo. Al momento il mio elenco di lavori annovera soltanto un quadretto per la nascita della mia (praticamente)nipotina Norma, ma ho grandi progetti. Il che, in momenti così, non guasta. O, almeno, fingo di averli per darmi un tono.
Per darmi un altro tono, invece, avrei potuto non pubblicare le orrendissime fotografie che vedete in questo post, ma non ho vergogna. Anche perché se aspetto che passi l’inverno e che torni una luce naturale almeno decente, hai voglia! Quindi, questo è quello che passa il convento e nel dubbio, magari, concentratevi sulla ricetta dei canederli alle barbabietole, che sono davvero ottimi!
Io adoro i canederli. A dire il vero mangerei qualunque cosa se fatta a forma di polpetta o derivati vari. Vi avevo già proposto una ricetta di canederli, quelli tradizionali altoatesini con lo speck (trovate la ricetta qui): quelli di oggi, invece, sono una variante verdurosa e vegetariana (se mangiate l’uovo, ovviamente)!

Ingredienti per 4 persone (8 canederli circa):

  • 250 gr di pane bianco raffermo
  • 150 gr di barbabietole cotte
  • 2 uova
  • 1/4 di litro di latte
  • 1 cipolla
  • erba cipollina
  • sale e pepe q.b.
  • 3 cucchiai di farina
  • pangrattato q.b.
  • 20 gr di burro

Preparazione:

Affetta la cipolla a pezzettini piccoli e sottili e mettila a soffriggere in una padella con il burro. Taglia il pane a dadini non più grandi di 2 cm di lato e fai lo stesso con le barbabietole; mi raccomando di rispettare le dimensioni, altrimenti potrebbe compromettersi il risultato finale. Metti le barbabietole a rosolare insieme alla cipolla e versa il contenuto della padella in una ciotola, nella quale avrai messo i quadretti di pane. Unisci il latte e le uova e amalgama con estrema cura, badando di non disfare i pezzi di pane, che devono mantenere la loro struttura porosa. Aggiusta di sale e pepe, unisci l’erba cipollina tagliata a pezzetti e se necessario aggiungi due o tre cucchiai di farina (ma comunque non più di 30 gr). Se il composto dovesse risultare troppo morbido, aggiungi un po’ di pangrattato (non farina, mi raccomando), mescola con le mani sempre facendo attenzione a non spiaccicare (termine tecnico) il pane. Lascia riposare il composto per una decina di minuti e trascorso il tempo forma con le mani delle palle di circa 8 cm di diametro. Cuoci in brodo (vegetale o di carne) per tre o quattro minuti e servi con il brodo stesso oppure con abbondante burro fuso.

L’epifania tutte le feste si è portata via (per fortuna)

Ora che le feste sono finite possiamo tornare alla normalità, disfare l’albero di Natale, riporre le statuine del presepe (o presepio), staccare le luci colorate dai balconi e dalle finestre. Niente più angioletti e campanelle, niente più Jingle Belles e White Christmas. Un nuovo anno è iniziato, carico di tutte le speranze di tutti, pieno di vorrei e speriamo, di chissà e vedremo. E anche l’Epifania è passata, soprattutto per me che ho la simpatica fortuna di festeggiare in un colpo solo la festa della Befana ed il compleanno. Anche se “festeggiare” è una parola grossa: quest’anno non c’è stata una delle tre feste appena trascorse che abbia suscitato in me un minimo di entusiasmo e voglia di fare. Lo si è visto anche dall’estrema povertà di ricette di questo periodo. Ho trascurato la mia Kasa cercando di non trascurare troppo me stessa, anche se i risultati hanno lasciato comunque a desiderare. Ma guardo avanti, come ho sempre fatto, conscia della fortuna di avere accanto tante persone che mi vogliono bene e mi sorreggono, nonostante tutto, nonostante quella che sono.
Come sempre fare i biscotti mi ha divertita molto, soprattutto per gli esperimenti che ho potuto fare a livello visivo con questo impasto. Ho dato diverse forme ai miei biscotti bicolore ed i miei preferiti sono senza dubbio quelli a righe, perchè mi ricordano i tasti del pianoforte e, quindi, il mio amico Pani.

Ingredienti:

  • 250 gr di farina 00
  • 100 gr di zucchero (anche quello di canna va bene, ma tritatelo finemente con il mixer)
  • 50 gr di burro morbido
  • 1 pizzico di sale
  • 1 uovo intero
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • 50 gr di cacao amaro in polvere
  • 100  ml di latte

Preparazione:

lascia ammorbidire per bene il burro a temperatura ambiente e togli l’uovo dal frigo almeno mezz’ora prima di iniziare. Sbatti leggermente il burro morbido (se preferisci puoi scioglierlo nel microonde e lasciarlo raffreddare) con lo zucchero. Disponi la farina a fontana su una spianatoia o in una ciotola, forma il classico vulcano e metti al centro il burro sbattuto con lo zucchero, l’uovo intero, il pizzico di sale e il lievito. Amalgama con cura (se hai una planetaria puoi buttare tutto dentro come se non ci fosse domani) ed aggiungi gradatamente il latte a filo. Impasta con cura fino ad ottenere una consistenza liscia e non troppo appiccicosa. Dividi l’impasto a metà, avvolgi una parte nella pellicola ed unisci all’altra il cacao amaro setacciato, continuando ad impastare fino a che avrai amalgamato per bene. Avvolgi anche la parte nera nella pellicola e lascia riposare una mezz’oretta. Nel frattempo preparati tutti gli attrezzi necessari: mattarello, formine, spianatoia e farina per infarinare sia il mattarello che il piano di lavoro. Stendi i due impasti (puoi farlo anche poco per volta) e dai libero sfogo alla tua fantasia nel creare le forme che più ti piacciono. Inforna a 180 gradi per circa 15 minuti.

I flauti magici

Credo di essere senza speranza, ormai. Mi dimentico compleanni, mi dimentico matrimoni, mi dimentico di comprare il succo di frutta. Sono assente, distratta e distante a livelli vergognosi. Ho un paio di scuse che potrei accampare per difendermi, ma no. Perché so che non c’è nessuno che mi stia puntando il dito contro. Non sono sotto processo, non devo dire ma, però. Qualcuno neppure si accorge della mia latitanza, altri (la maggior parte, per fortuna) capiscono ed attendono, mi sorridono quando metto fuori la testa da una finestra, pazientano e comprendono come solo i veri amici sanno fare. Mi ripeto che passerà e non sono mai stata tanto lontana dalla convinzione che questo sia possibile, ma continuo, persevero e mi intestardisco con l’idea che passerà. E quando passerà sarà un giorno felice.
Sono alla mia seconda ricetta preparata utilizzando la pasta madre: dall’alto di questa lunghissima esperienza mi sento di poter quindi esprimere un mio personalissimo parere su questo metodo di lievitazione antico (se vuoi saperne di più clicca qui).
E’ vero che ci vuole un po’ di pazienza perché i tempi sono piuttosto dilatati e sembra impossibile che, nella società attuale, ci sia tempo di avere così tanto tempo per cucinare. E’ vero che all’inizio si nutre una sorta di timore reverenziale nel manipolare la pasta madre, nell’aggiungerla agli altri ingredienti, perché si ha paura di sbagliare, di compromettere il risultato finale. Però devo dire con assoluta franchezza che l’attesa è totalmente e pienamente ripagata e che le paure si superano: io non avevo mai ottenuto un impasto più bello, elastico e leggero di questo preparato con la pasta madre. E non solo: aumenta anche la digeribilità dei cibi ottenuti con questa lavorazione. Senza ombra di dubbio alcuna.
Un impasto tanto bello e tanto buono meritava quindi un ripieno altrettanto buono, che in un certo senso chiudesse il cerchio dei sapori e lo facesse in maniera armonica. Ho quindi scelto di farcire questi flauti magici con la crema di marroni Vis, che con la sua dolcezza non leziosa ed il suo sapore di castagna ha pareggiato in modo equilibrato il sapore neutro dell’impasto, per un risultato davvero goloso.

Ingredienti:

  • 250 gr di farina 00
  • 250 gr di farina manitoba
  • 150 gr di pasta madre
  • 50 gr di zucchero semolato
  • 75 gr di uova (2 rossi ed un bianco circa)
  • 200 ml di latte
  • 50 ml di olio di semi di girasole
  • 2 cucchiaini di sale

Farcitura:

Crema di marroni Vis oppure cioccolato fondente o la vostra confettura preferita.

Preparazione:

sciogli la pasta madre nel latte tiepido: devi farlo con le dita, spezzettandola per bene, fino ad ottenere una specie di sabbiolina (e comunque non ti immaginare che raggiunga lo stato liquido). Aggiungi tutti gli ingredienti a parte il sale e l’olio, che uniremo poi alla fine. Impasta per almeno quindici minuti dentro una ciotola capiente ed aggiungi quindi l’olio ed il sale, continuando a lavorare l’impasto per altri dieci minuti. Devi ottenere una consistenza elastica, che non si strappi tirando. Copri con la pellicola e lascia lievitare a temperatura ambiente per qualche ora (fino al raddoppio) o, ancora meglio, per tutta la notte. Una volta trascorso il tempo di riposo stendi l’impasto (è meglio se lo dividi in due parti e ne stendi una per volta). Ritaglia delle strisce e poi dei rettangoli delle dimensioni che preferisci (fai la prova con una striscia: calcola dei rettangoli di circa 16 cm di lunghezza e 12 d’altezza). Metti un cucchiaino abbondante di crema di marroni in senso orizzontale a circa un centimetro dal bordo del lato, spalmandola poco, avvolgi la pasta su se stessa dal lato lungo, metti un altro cucchiaino di crema e avvolgi ancora una volta la pasta su se stessa, a formare una specie di cannolo. Sigilla bene le estremità perché non fuoriesca il ripieno e fai in modo che la parte sigillata finisca sotto il flauto, dove poggia sulla teglia. Procedi fino a che avrai pasta a disposizione. Copri con la pellicola e lascia lievitare per sei ore a temperatura ambiente. Togli la pellicola, spennella con poco latte e inforna a 200 gradi per circa 20 minuti.

Scrooge ed il fritto misto

Quest’anno non sento per niente lo spirito natalizio. Non che io sia mai stata particolarmente attratta dalle feste in generale, ma quest’anno mi sento più che mai lontana da tutto quello che il Natale comporta: gioia, regali, lunghe tavolate imbandite, luci, addobbi e canzoni di Bing Crosby. Vorrei solo mettermi a dormire e svegliarmi il sette di gennaio, evitando in un colpo solo anche Capodanno ed il mio compleanno. Cerco di non essere troppo Scrooge e fingo entusiasmo riversando idee e spunti creativi nel mio blog natalizio (se non sai di cosa sto parlando clicca qui per il blog), ma la realtà dei fatti è che non ce la posso fare. Per questo motivo, nonostante sia già iniziato il conto alla rovescia ed il mese di dicembre, non avete ancora visto Babbo Natale e le sue renne, qui a Kasa di Katia. Sono in pauroso ritardo. O forse sono intenzionalmente l’unico blog di cucina che non propone ricette natalizie in vista delle feste?!? Vi lascerò nel dubbio in cui io stessa galleggio. E nel frattempo vi propongo una ricetta che dovete assolutamente provare: i semolini dolci accompagnati da una marmellata di arance amare.I semolini dolci sono una specialità della mia terra e di solito vengono serviti nel fritto misto alla piemontese, che è costituito da vari pezzi di carne, tutti rigorosamente fritti e da fettine di mela o amaretti o, appunto, semolini. Non ho mai mangiato la parte carnosa del fritto misto ed ho sempre preferito la parte dolce ed è per questo che vi propongo la ricetta di questi semolini: perchè sono una delle cose più buone del mondo e ve lo volevo dire. Così, solo perché non bisogna aspettare Natale per farsi un piccolo regalo.

Ingredienti per una teglia da 20×30 cm:

  • 1 litro di latte intero
  • 250 gr di semolino
  • 1 tuorlo d’uovo
  • scorza di un limone
  • 150 gr di zucchero

Per la frittura:

  • pangrattato q.b.
  • olio di semi q.b.
  • 1 uovo

Per servire:

Preparazione:

Metti il latte in una casseruola e quando inizia a sobbollire versa prima lo zucchero e poi il semolino a pioggia, mescolando bene con una frusta a mano. Cuoci per almeno quindici minuti a fuoco medio, mescolando continuativamente. Togli dal fuoco, aggiungi il tuorlo e la scorza di limone, gira con cura e versa nella teglia (va benissimo anche una di quelle di stagnola). Lascia raffreddare, poi metti nel frigo per qualche ora, fino a che non sarà ben solidificato. Estrailo poi dalla teglia, taglialo in quadrotti o rettangoli delle dimensioni che preferisci e passali prima nell’uovo sbattuto, poi nel pangrattato. Friggi pochi per volta in abbondante olio di semi ben caldo, fino a doratura. Metti ad asciugare su carta assorbente  e servi tiepidi, accompagnati da un’ottima marmellata di arance amare (il contrasto è davvero sorprendentemente piacevole).

Di gnocchi e nevicate

La prima neve dell’inverno fa sempre un certo effetto. Se si riesce a guardarla senza pensare a tutti gli inconvenienti che può causare (come la difficoltà a spostarsi con l’auto) e ai piccoli grandi problemi che comporta, la neve è bella. Nasconde cose e rumori, modifica, copre. Elimina le differenze, unifica tutto sotto la stessa, candida bandiera. La neve fa ridere i bambini per la strada, si trasforma in pupazzi con il naso di carota, fa pensare alla montagna, agli sci e alla cioccolata calda. Quando scende giù dal cielo in grossi fiocchi immacolati mi piace uscire ed ascoltare con quanta discrezione si appoggia sul mondo intorno. La neve, se non la tocchi, non fa rumore. Ma se cammini e la calpesti, allora canta e lo fa con voci differenti a seconda che sia farinosa o bagnata. Ti accompagna ad ogni passo, come un’amica gentile. La prima neve dell’inverno ha sempre qualcosa di magico e terapeutico.
Dopo una bella passeggiata nei boschi innevati, ci vuole un bel piatto corroborante come questi gnocchi di patate e zucca che vi propongo oggi!

Ingredienti per 1 kg di gnocchi:

  • 400 gr di zucca delica
  • 600 gr di patate
  • 1 uovo solo il tuorlo
  • farina 00 q.b. (o semola rimacinata di grano duro)
  • sale q.b.

Preparazione:

Taglia la zucca a fette di circa due o tre centimetri di spessore e privala dei semi. Mettila a cuocere in forno a 180 gradi fino a che diventa bella morbida (circa 40 minuti). Mentre la zucca cuoce lava le patate senza pelarle, mettile in una pentola piena di acqua fredda salata, porta a bollore e cuoci finchè le patate risulteranno molto morbide (più morbide sono meno fatica farai a schiacciarle). Togli la buccia alle patate, schiacciale con lo schiacciapatate quando sono ancora calde ed aggiungi la polpa della zucca. Aggiusta di sale, aggiungi il tuorlo d’uovo ed amalgama con cura gli ingredienti, unendo anche un po’ di farina, giusto quella necessaria ad ottenere l’impasto come lo preferisci: più morbido (meno farina) o più sodo (più farina). Infarina il piano di lavoro, forma dei serpentelli con l’impasto e taglia gli gnocchi delle dimensioni che preferisci (grandi o a chicche). Passali rapidamente sui rebbi di una forchetta e disponi gli gnocchi su un vassoio ben infarinato o su un canovaccio pulito, sempre spolverizzato di farina o ancor meglio di semola. Fai cuocere in acqua bollente salata secondo il tuo gusto, ma comunque non scolarli appena vengono a galla: è meglio assaggiarli per controllare la cottura.

Suggerimenti per il condimento:

  • pomodoro fresco e Parmigiano o Grana Padano
  • ragù di carne alla bolognese
  • ragù bianco con salsiccia di maiale
  • burro e pecorino romano

Un dolce senza fretta

Prendi una giornata senza impegni e un clima freddo e piovoso. Organizzati per tempo, in modo da avere a disposizione tutti gli ingredienti. E poi non avere fretta. Fare un dolce richiede pazienza e tempo, gesti lenti e precisi, rispettosi degli ingredienti e delle dosi. Perchè se non ti stressi e fai tutto con calma, poi alla fine ti sembra persino più buono quello che hai preparato: basta riscoprire il piacere di cucinare perché ci va di farlo, non perché dobbiamo. Non farti quindi spaventare dai lunghi tempi di lavorazione di questa torta di rose con pasta madre alla Nocciolata (e più che altro sono tempi di attesa), perché il risultato finale è talmente buono che non rimpiangerai affatto il tempo dedicato alla sua realizzazione. La torta di rose è uno di quei dolci che spopolano in rete e se ne trovano decine di varianti differenti (ve ne segnalo una per tutte, quella di Giulia, che trovate cliccando qui), soprattutto per le varie farce che si possono utilizzare. Puoi infatti scegliere quella che preferisci: una qualunque marmellata Rigoni di Asiago andrà benissimo! E tieni presente che se non hai a disposizione la pasta madre puoi usare il lievito di birra, seguendo queste poche regole:

  • per 150 gr di farina Manitoba utilizza 12,5 gr di lievito di birra fresco;
  • se non hai il lievito di birra fresco e devi utilizzare quello secco devi usarne circa 3,80 gr.

Io ho usato la pasta madre perché in questi giorni sono a casa dei miei genitori e mamma, con la quale ho realizzato questa torta, la adopera ormai per qualunque impasto lievitato, con ottimi risultati: la torta è venuta bella soffice, per niente stucchevole e molto, molto digeribile.

Ingredienti per realizzare circa 20 rose, in una teglia da 26 cm di diametro:

Prima parte:

  • 150 gr di farina manitoba
  • 110 ml di latte
  • 150 gr di pasta madre rinfrescata al 50%

Seconda parte:

  • 350 gr di farina manitoba
  • 140 gr di zucchero
  • 1 pizzico di sale
  • 60 gr di burro
  • 2 uova
  • latte q.b. per ottenere un impasto morbido e non appiccicoso
  • scorza di 1 limone

Per la farcia:  Nocciolata Rigoni di Asiago q.b.

Preparazione:

Lavora insieme tra loro la prima parte degli ingredienti per formare un lievitino, che lascerai lievitare (appunto) finchè raddoppia di volume.

Trascorso il tempo necessario unisci la seconda parte degli ingredienti e lavorarli con calma e pazienza per almeno 15-20 minuti (consumerai un sacco di calorie per questa operazione, così potrai mangiare più torta senza sentirti in colpa). Forma una palla e mettila a riposare in una ciotola leggermente infarinata, lasciandola lievitare fino al raddoppio del volume o, ancora meglio, tutta una notte nel forno spento e chiuso.
Stendi la pasta in una sfoglia piuttosto sottile e in forma rettangolare. Spalma bene la superficie con abbondante Nocciolata e arrotola la sfoglia dal lato lungo. Taglia tante girelle di circa 2 cm di spessore, fai aderire i bordi nella parte sotto (per fare in modo che la Nocciolata non esca) e disponi le roselline su una teglia imburrata e infarinata. Lascia riposare ancora fino a che gli spazi tra le roselline si saranno riempiti, poi inforna in forno caldo e cuoci a 180 gradi per circa 40 minuti.

 

Il ritorno dei muffin salati

I muffin salati piacciono. Non avanzano mai e se succede è perché si mangia anche altro, ma il giorno dopo nessuno si fa pregare troppo per finirli. E a me piacciono perché in fin dei conti ci puoi infilare dentro qualunque cosa. Hai degli avanzi di salumi? Muffin salati. Sono rimasti dei fondi di formaggi? Muffin salati. Devi fare un finger food veloce per gente con gusti differenti? Muffin salati. Sono talmente facili da fare che chiunque può cimentarsi nel prepararli e se tra gli ingredienti ci sono solo cose che adoriamo mangiare, è praticamente impossibile che non vengano buoni. Quindi: propongo i muffin salati a patrimonio dell’umanità. Ho esagerato, si. Ma, come vi dicevo qualche giorno fa proponendovi una ricetta tratta dal mio nuovo libro sui muffin, sono rimasta talmente folgorata dalle idee che vi ho trovato che mi andava di sperimentare ancora. Quella che vi propongo oggi è però una mia personale variante (anche se di certo non propongo niente che non sia già stato fatto), che ho pensato di battezzare “muffin salati alle tre P”, dove le tre P sono gli ingredienti principali: pancetta, patate e piselli.

 Ingredienti per 12 muffin:

  • 1 patata
  • 1 confezione di pancetta dolce a dadini
  • 2 manciate di piselli surgelati
  • 1 uovo
  • 6 cucchiai di farina 00
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci non vanigliato
  • La punta di un cucchiaino di bicarbonato di sodio
  • 1 bicchiere di latte circa
  • 2 pizzichi di sale
  • Parmigiano grattugiato q.b.

Preparazione:

pela la patata e tagliala a dadini piccolissimi. Mettila a bollire in acqua con i piselli per circa sei o sette minuti, scola e metti da parte.
Nel frattempo sbatti l’uovo con il sale ed il parmigiano, aggiungi gradatamente la farina setacciata con il lievito ed il bicarbonato, alternandola con il latte e mescola fino ad ottenere un composto liscio (se dovesse risultare troppo denso aggiungi ancora latte). Unisci la pancetta, la dadolata di patate e piselli, amalgama e versa nei pirottini di silicone o di carta riempiendoli per due terzi. Cuoci a 180 gradi per circa venti minuti e servi tiepidi.

L’impietoso autunno

Dopo giornate di temperature miti, con un bel sole che colorava il paesaggio circostante con tinte calde, siamo rapidamente e drammaticamente sprofondati in un grigio ed impietoso autunno, qui in Piemonte. La terra è scura e zuppa di pioggia, i filari delle vigne sono neri e spogli, i rami delle piante lasciano andare le foglie con una muta rassegnazione e si preparano al lungo silenzio dell’inverno. Non c’è niente di bello, quando il tempo è così inclemente. Non si vedono le montagne cariche di neve, a malapena si scorgono i paesi intorno, avvolti nella nebbia e nella foschia. Non si esce a camminare, il motorino tace. Se guardi fuori dalla finestra troppo a lungo ti senti come se la pioggia filtrasse attraverso i pori della tua pelle e diventassi pesante e nera come la terra. Allora ti scrolli e decidi di fare qualcosa. Ed io ho deciso di fare dei terapeutici e buonissimi biscotto ravioli alla Nocciolata, così, perché fare i biscotti è sempre una buona idea.

 Ingredienti per circa 24 biscotti:

  • 200 g di farina 00
  • 100 g di burro
  • 75 g di zucchero
  • 1 uovo
  • 1 cucchiaino di lievito per dolci
  • essenza di vaniglia q.b. (oppure 1 bustina di vanillina)
  • Nocciolata Rigoni di Asiago q.b.

Preparazione:

togli dal frigo l’uovo ed il burro almeno mezz’ora prima di iniziare la preparazione. Quando il burro sarà diventato bello morbido, lavoralo con un cucchiaio di legno per qualche minuto, aggiungi lo zucchero e continua a lavorare fino ad ottenere un composto spumoso. Aggiungi l’uovo, mescola, aggiungi l’essenza di vaniglia (se usi quella liquida, come ho fatto io, basteranno alcune gocce, altrimenti va bene anche la bustina di vanillina), la farina setacciata con il lievito ed impasta con le mani leggermente umide. Se l’impasto dovesse risultare troppo umido aggiungi altra farina. Lavora per qualche minuto con le mani (all’interno della ciotola o su un piano di lavoro infarinato), forma una palla, avvolgila nella pellicola da cucina e mettila a riposare in frigo per almeno mezz’ora.
Trascorso il tempo di riposo lavora di nuovo l’impasto per circa un minuto, poi stendilo con il mattarello in una sfoglia spessa circa mezzo centimetro (o più sottile se preferisci dei biscotti più croccanti); ricava un numero pari di dischetti con un coppa pasta o una formina rotonda (io ho usato uno stampino di circa cinque centimetri di diametro). Su metà dei biscotti versa un generoso cucchiaino di Nocciolata Rigoni di Asiago, facendo in modo che rimanga al centro. Sovrapponi l’altra metà dei biscotti e fai aderire bene i bordi schiacciandoli con i rebbi di una forchettina per dolci. Disponi i biscotti sulla placca del forno coperta con l’apposita carta e se vuoi spennella la superficie con tuorlo sbattuto o poco latte. Cuoci in forno già caldo a 180 gradi per circa 10-12 minuti, o comunque fino a quando vedrai la superficie dorarsi un pco.

Variante: puoi sostituire la Nocciolata con la tua confettura preferita, oppure mettere in ciascun biscotto un quadrotto di cioccolato fondente.

Questi biscotti sono perfetti da regalare (chiusi nei sacchettini di nylon si conservano benissimo per alcuni giorni), sono ottimi come spuntino a metà mattina (portateli al lavoro in un contenitore ermetico) e buonissimi per la merenda dei più piccoli.

Ma cos’ho combinato l’anno scorso per Natale?

Dobbiamo prepararci. Devo prepararmi. Dove sono gli addobbi? Dove ho messo, nel trasloco, le lucine, i babbini, le cose belle cucite dalla mia mamma?! Ce la posso fare. Ma nel frattempo, rispolveriamo le cose cucinate l’anno scorso!

Per una colazione natalizia semplice e deliziosa ci sono i cupcakes al cioccolato con gocce di cioccolato fondente;

un’idea per un dessert fine pasto con il cheesecake semplice al mascarpone e ricotta;

per il piattino da preparare per Babbo Natale che ne dite di ottimi biscottini soffici al cioccolato fondente? Sono perfetti anche da regalare, chiusi in sacchettini personalizzati!

Le stelle fanno sempre Natale, quindi perché non prepararle anche salate? Qui ci sono le stelline di polenta grigliata con provola affumicata, pancetta stufata e fiocchi di sale.

Facciamo le palle di neve alternative?

Un’altra soluzione per un dolce che sa di montagna: lo strudel semplice di mele;

l’ennesimo dessert (non si nota che prediligo i dolci, vero?): profiteroles ripieni di crema al mascarpone con colata di cioccolato.

E per il momento è tutto! Ora vado a migliorarmi nella preparazione di antipasti, primi e secondi, vergognandomi anche un poco delle mie carenze.

Semplicemente frittelle

In questo momento ho voglia di semplicità. Sarebbe più giusto dire che ho bisogno di eliminare un po’ di complicazioni, ma la prima frase suona meglio: ti dà l’impressione di avere dei desideri, o almeno di avere ben chiaro quello di cui si ha bisogno. Mangio manciate di spinaci crudi che ho raccolto io stessa nell’orto di un amico di famiglia; ci butto dentro due gherigli di noci, un filo d’olio e via. Mi sazio di cavolfiore senza condimento, bramo un piatto di polenta con solo il burro fuso e penso ai mandaranci. Non ho voglia di studiare piatti complicati sia nella realizzazione che nel gusto. Ma in fondo è sempre stato così qui a Kasa di Katia. Perchè non mi capita mai di andare a comprare gli ingredienti per preparare qualcosa, ma vedo quel che c’è in casa ed agisco di conseguenza. Si potrebbe dire che mi accontento, questo si. Ma chi può dire che questa non sia la strada per raggiungere la semplicità della quale ho voglia?


Le frittelle di mele rispettano, per me, il criterio di semplicità e sono una delle cose che piacciono di più al mio compagno: mi è sembrato carino preparargliele in questi giorni, visto che si festeggiano diciassette anni di vita insieme. Perché guardarlo mentre le assaporava mi ha fatto pensare che a volte, non sempre certo, ma a volte anche l’amore può essere una cosa semplice.

Ingredienti per circa 24 frittelle:

  • 125 gr di farina 00 (io ho usato quella Mulino Marino)
  • 1 uovo medio
  • 3 mele medie
  • 1 bicchiere di latte
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • 1 pizzico di sale
  • mezza bustina di lievito per dolci
  • 1 bustina di vanillina
  • 1 punta di cucchiaino di bicarbonato di sodio
  • olio per friggere
  • il succo di uno o due limoni per mettere a bagno le mele

Preparazione:

Sbatti l’uovo con il sale e  lo zucchero, aggiungendo gradatamente il latte, fino ad ottenere una crema liscia.
Setaccia in una ciotola la farina, il lievito, la vanillina ed il bicarbonato di sodio ed aggiungi poco alla volta alla crema, mescolando con cura. Metti in frigo a riposare per almeno mezz’ora.
Nel frattempo preparati una bella ciotola capiente, con dentro dell’acqua fredda e spremici il limone. Con l’apposito attrezzo togli il torsolo alle mele e sbucciale; tagliale a rondelle non troppo sottili e tuffale nell’acqua e limone: in questo modo (ma cosa lo dico a fare) non anneriranno.
Trascorso il tempo di riposo della pastella versa abbondante olio per friggere in una casseruola ed accertati che abbia raggiunto la temperatura necessaria inserendovi la punta di uno stuzzicadenti: se si formeranno delle bollicine intorno vuol dire che l’olio è pronto a fare il suo dovere. Asciuga rapidamente le rondelle di mele con della carta assorbente (un consiglio: asciugane poche per volta, così quelle che non potrai friggere subito rimarranno al riparo dall’ossidazione), passale nella pastella e tuffale nell’olio bollente. Friggi poche frittelle per volta, per evitare che la temperatura dell’olio scenda troppo e si comprometta la cottura. Un consiglio: gira le frittelle solo quando vedi che si stanno dorando, non prima. Anzi, girale il meno possibile, in modo da evitare il distacco della pastella dalla rondella di mela. Servi tiepide, spolverizzandole con poco zucchero semolato oppure a velo.

The FoodBlogger… Che ne dite di una bella storia a fumetti a puntate?!

Da qualche giorno a questa parte mi sto cimentando in una cosa che facevo da piccola: disegnare storie a fumetti. Io e mio fratello maggiore (il quale è decisissimamente più bravo di me, ve lo assicuro) ci sedevamo alle nostre scrivanie e buttavamo giù storie su storie, inventando personaggi, dialoghi e scene. Era bello. E lo è ancora oggi, per ammazzare il tempo, racchiudere i pensieri nei rettangoli delle vignette. Vi mostro qui le prime tavole, giusto per. Ditemi cosa ne pensate. Non ho ancora deciso se dar seguito alla cosa o meno, ma vi confesso che ho già disegnato quindici tavole… I vostri consigli mi saranno preziosi per capire cosa fare!

Si, lo ammetto…

Sto pensando al Natale. Diggià. Ma non solo a quello, eh! Però se vi va di dare una sbirciata e prepararvi per le feste, mi trovate anche qui!